
#SUIMIEIPASSI!
Allaccio il velcro delle scarpette, sistemo le punte; come tutti guardo in alto, osservo la via, sfrego le mani nel sacchetto della magnesite.
È un momento di transizione, di concentrazione che precede l’inizio dei movimenti verticali; poso le mani sulla pietra, stacco i piedi da terra e il viaggio ha inizio.
Respiro profondo e lento, gli occhi navigano sulle variazioni delle rocce per trovare la presa giusta, le mani si posizionano, i piedi spingono, la dinamica dei movimenti mi porta a salire.
Vedo il chiodo, mi rilasso, stacco il rinvio dall’imbraco e lo infilo, prendo la corda e la moschettono, sono per qualche frazione di secondo al sicuro.
Il rituale si ripete, guardo in alto, le mani vanno nel sacchetto della magnesite e via di nuovo nei movimenti, ma ora devo essere veloce e funzionale, mi aspetta un altro momento di incognita fino al prossimo chiodo e così via fino in catena dove si concluderà la via.
La bellezza dell’arrampicata per me sta proprio li, una volta che ci garantiamo la sicurezza della protezione, bisogna abbandonarla e riconquistarla nuovamente fino alla conclusione della via in un continuo processo di apprendimento e di vita presente ricca di azione.
Arrampicare ha molteplici significati e migliaia di sfaccettature che variano in base all’obiettivo che ci si pone: a volte è un progetto sportivo, a volte è divertimento, altre volte è una fuga o un’ossessione; uno dei lati affascinanti che mi colpisce e del quale non potrei fare a meno, è la condizione di precarietà che si presenta puntuale tra i rinvii e in generale nella via che ci prestiamo a percorrere.
Continuiamo a salire garantendoci la sicurezza della protezione, ma ogni volta dobbiamo superarla e affrontare un tratto di percorso che potrebbe farci cadere.
Sotto di noi ci sono la strada percorsa e le nostre sicurezze mentre appena sopra c’è un mondo da percorrere, scoprire e da conquistare che ci ricorda impietosamente che possiamo cadere e che il prossimo porto sicuro può essere raggiunto solo con le nostre capacità e le nostre energie.
Ecco che allora tutto questo diventa una sfida appassionante, decidi di accettarla e di correre il rischio di non riuscirci o di sbagliare, ma stare nei porti sicuri non mi appartiene.
Allora, eccomi li, l’ultima sicurezza stà ad un metro da me, ho paura di cadere, ma uguale voglia di andare avanti e fa niente se i metri da quel rinvio possono aumentare, solo l’idea di poter vedere io stesso quanti ne posso percorrere con le mie gambe e, arrampicando, anche con le mie braccia! mi sprona a provarci.
Il blog, un esperimento, rappresenta un pò le sensazioni dell’arrampicata: un nuovo progetto e la voglia di sperimentare nuove strade e nuove vie calibrate #suimieipassi!
Quindi benvenuti in cordata e diamo via alle danze!